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Serie D: chi garantisce che il campionato arrivi integro fino a maggio?

La LND ha completato gli organici, la Co.Vi.So.D. ha espresso i suoi verdetti e la Serie D 2026-27 è partita con 162 società. Ma dietro la fotografia ufficiale resta una domanda fondamentale: essere in regola ad agosto ...

Serie D: chi garantisce che il campionato arrivi integro fino a maggio?

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Pubblicato23 agosto 2026
AutoreSavica, Rodolfo, M.D., Ph.D.
Lettura8 min
OrigineVia email

La LND ha completato gli organici, la Co.Vi.So.D. ha espresso i suoi verdetti e la Serie D 2026-27 è partita con 162 società. Ma dietro la fotografia ufficiale resta una domanda fondamentale: essere in regola ad agosto significa davvero avere la solidità economica necessaria per arrivare fino a maggio?

Perché un campionato non si tutela soltanto verificando che una società riesca a superare una scadenza estiva. Bisogna anche chiedersi se abbia le condizioni economiche, finanziarie e organizzative per affrontare 34 giornate senza trasformare la stagione in una corsa a ostacoli.

E questa estate qualche campanello d’allarme si è sentito.

Alla chiusura delle iscrizioni, il 10 luglio, 159 delle 161 società aventi diritto avevano presentato la documentazione: Sora non aveva presentato domanda e Valmontone aveva rinunciato. Successivamente sono arrivati i controlli della Co.Vi.So.D., facendo emergere diverse criticità.

Il caso dell’Enna è significativo. La società aveva inizialmente ricevuto parere negativo per problemi relativi alla documentazione amministrativa, salvo poi presentare ricorso e ottenere dalla LND, il 5 agosto, l’ammissione al campionato. Oggi l’Enna è dunque regolarmente iscritta e nessuno mette in discussione questo dato. Ma la successione degli eventi dimostra quanto complesso sia stato il percorso.

Non era l’unica situazione osservata con attenzione durante l’estate. Alla fine alcune società sono effettivamente rimaste fuori: il Fasano non ha superato definitivamente il procedimento di ammissione, Sora e Valmontone non si sono iscritte, il Sangiuliano City ha rinunciato al ricorso e la vicenda Rimini ha portato alla revoca dell’affiliazione.
Per completare l’organico sono stati necessari sei ripescaggi. Non stiamo quindi parlando di timori astratti, ma di un’estate nella quale il sistema ha mostrato più di una crepa.
Il vero problema viene dopo agosto
La domanda che Zona Sportiva pone alla LND non riguarda il rispetto formale delle procedure. Il punto è un altro: queste procedure sono sufficienti a garantire la regolarità sostanziale del campionato?

Produrre i documenti necessari per ottenere l’ammissione non significa necessariamente possedere le risorse per sostenere dieci mesi di attività.

Stipendi, trasferte, strutture, tesseramenti, staff tecnico, settore giovanile, fornitori e impianti hanno costi importanti. La Serie D non è più da tempo un campionato economicamente leggero.

E quando una società parte senza fondamenta sufficientemente solide, il problema non riguarda soltanto quella società. Riguarda tutte le altre.

Immaginiamo una squadra che disputa otto o dieci giornate con un determinato organico. Poi iniziano le difficoltà: giocatori che vanno via, rosa ridimensionata, pagamenti problematici, trasferte affrontate in condizioni precarie. Fino, nell’ipotesi peggiore, all’impossibilità di proseguire il campionato.

A quel punto la regolarità della competizione non può più essere recuperata.

Una squadra affrontata a settembre con venticinque giocatori non è la stessa affrontata a dicembre con una rosa smantellata. E un eventuale ritiro avrebbe conseguenze anche sulla classifica e sulle partite già disputate.

Il problema finanziario di una società diventerebbe così il problema sportivo di altre diciassette. E potrebbe incidere su una promozione, una retrocessione o sulla corsa ai playoff e ai playout.

Un problema che non riguarda soltanto la Serie D

Ma fermarsi alla Serie D significherebbe guardare soltanto una parte del problema.

Da anni il calcio italiano rinvia una vera riforma dei campionati. Il risultato è una piramide che continua a mostrare evidenti difficoltà di sostenibilità, a cominciare da un professionismo che mantiene un numero elevatissimo di società.

La Serie C continua ad avere 60 squadre professionistiche, mentre quasi ogni estate si assiste a esclusioni, crisi societarie, penalizzazioni e procedure d’emergenza per completare gli organici. Scendendo in Serie D, cambiano le categorie e le norme, ma non sempre cambia la sensazione di precarietà.

E allora la questione diventa inevitabilmente politica, nel senso della politica sportiva.

La sensazione è che una parte dei vertici del calcio italiano continui a considerare il vastissimo mondo della Serie D e dei dilettanti soprattutto come un enorme serbatoio di consenso e di voti, anziché come una componente del sistema della quale tutelare fino in fondo credibilità, sostenibilità e qualità.

È una valutazione severa, ma i fatti impongono almeno di porre la domanda: quanto interessa realmente ridisegnare il sistema se qualsiasi riforma profonda finirebbe inevitabilmente per modificare equilibri, rappresentanze e rapporti di forza?

Perché una vera riforma comporterebbe scelte difficili: ridurre il numero delle società professionistiche, rendere più selettivo l’accesso alle categorie, rafforzare i controlli sulla sostenibilità e accettare che non tutti possano partecipare semplicemente perché hanno superato una verifica formale in un determinato momento dell’estate.

Invece il sistema sembra spesso intervenire sull’emergenza senza rimuoverne le cause.

Ogni estate cambia qualche protagonista, ma il copione resta sorprendentemente simile: società escluse, ricorsi, penalizzazioni, ripescaggi, organici da completare e situazioni finanziarie che esplodono quando il campionato è già iniziato.

Poi diventa comodo individuare il singolo colpevole, il presidente irresponsabile, la società mal gestita, il club che non ha rispettato una scadenza. Responsabilità che naturalmente esistono e devono essere accertate.

Ma cercare ogni volta un capro espiatorio rischia di diventare anche il modo migliore per evitare la domanda più scomoda: perché il sistema continua a produrre ciclicamente gli stessi problemi?

Se ogni anno cambiano le società in difficoltà ma le difficoltà rimangono, forse il problema non può essere sempre e soltanto delle singole società.

E allora viene inevitabilmente in mente il Messina

Per noi questa riflessione assume un significato particolare pensando a quanto accaduto al Messina.

Il club giallorosso aveva presentato domanda di ripescaggio insieme alle altre società non aventi diritto. Alla fine i sei posti disponibili sono stati assegnati, secondo le graduatorie previste dai regolamenti, a Lascaris, Fiorenzuola, Grassina, Castellanzese, Derthona e Tropical Coriano.
Formalmente nulla da contestare: le regole erano queste e sono state applicate.

Ma è proprio sulle regole che occorre interrogarsi.

Se il sistema attribuisce grande importanza a classifiche, coefficienti, precedenti sportivi, settore giovanile, calcio femminile e parametri amministrativi, ma non riesce a valorizzare abbastanza la capacità concreta di una società di garantire stabilità economica per un’intera stagione, allora forse quei criteri meritano una revisione.

Il punto non è sostenere che il Messina dovesse essere ripescato perché si chiama Messina. Sarebbe sbagliato.

La domanda è diversa: quanto dovrebbe pesare la solidità economica certificabile nella costruzione della Serie D e nelle graduatorie di ripescaggio?

Perché il blasone non paga gli stipendi. Ma nemmeno una graduatoria garantisce che vengano pagati.

E chi rimane fuori pur disponendo di un progetto economicamente sostenibile ha tutto il diritto di chiedersi se sia davvero questo il modo migliore per tutelare il campionato.

Non basta partire in 162

La LND presenta giustamente la Serie D come il “Campionato d’Italia”: 162 società, nove gironi da 18 e 19 regioni rappresentate. Una competizione enorme e unica per diffusione territoriale.

Proprio per questo dovrebbe avere criteri di sostenibilità particolarmente rigorosi.

Non basta arrivare a 162 società ad agosto. Bisogna avere 162 società in grado di arrivare a maggio.

Naturalmente oggi nessuno può affermare che una determinata squadra non terminerà il campionato. Sarebbe scorretto, e Zona Sportiva si augura che tutte le partecipanti arrivino serenamente alla trentaquattresima giornata.

Ma la domanda deve essere posta prima, non dopo.

Se nei prossimi mesi dovessero emergere difficoltà economiche già intraviste durante l’estate, sarebbe inevitabile chiedersi se i controlli siano stati sufficienti. Perché a quel punto il problema riguarderebbe anche le società che hanno affrontato quelle squadre in momenti diversi della stagione e quelle che, pur presentando programmi economicamente solidi, sono rimaste fuori per pochi punti nelle graduatorie di ripescaggio.

Le regole possono essere state rispettate alla lettera e, contemporaneamente, essere regole da cambiare.

E il problema non riguarda soltanto la LND. Riguarda un calcio italiano che da troppo tempo rinvia una riforma strutturale, mantenendo numeri difficili da sostenere e intervenendo sulle conseguenze anziché sulle cause.

La Serie D non ha bisogno semplicemente di 162 iscrizioni. Ha bisogno, per quanto possibile, di 162 garanzie di arrivare fino in fondo.

E il calcio italiano non ha bisogno di nuovi capri espiatori ogni estate. Ha bisogno di regole capaci di impedire che gli stessi problemi si ripetano ogni anno.

Perché se una squadra salta a ottobre, il problema non nasce a ottobre. Se ogni estate ci sono esclusioni, penalizzazioni, ricorsi e società in difficoltà, il problema non nasce neppure a luglio.

Il problema è un sistema che continua a rinviare il momento di cambiare.

E fino a quando cambiare significherà mettere in discussione numeri, equilibri e voti, il rischio è che tutto resti esattamente com’è.

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